NOFEST 2017 - Non è un pranzo di gala

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Coast of death (Costa da morte)


Cinema alla fine del mondo e cinema che è fine del mondo, quindi - in un certo senso ma anche nell'unico senso possibile - evento. Dopo, però. Perché Costa da morte (Spagna, 2013, 81') emerge e continua ad emergere, anzi si direbbe non faccia altro che emergere: caratterizzato da mirabolanti piano-sequenza di campi lunghissimi a macchina fissa che schiacciano le figure (umane e non solo) facendo di esse molecole di un organismo che dev'essere considerato nella sua totalità non disgiuntiva (questo e quello, mai questo o quello: l'albero e l'uomo e la nebbia, mai l'albero o l'uomo o la nebbia), il lungometraggio di Lois Patiño è la relazione che si instaura tra questi termini, esteriore rispetto a essi e da essa emergente come vapore dal terreno o schiuma delle onde frante sugli scogli; così, l'albero è l'uomo e l'uomo è la nebbia, che a sua volta è albero e mare e imbarcazione e fango e pioggia, e questo essere è l'essere della Costa della morte, una zona della Galizia che deve il suo infausto nome alle miriadi di naufragi che sul suo litorale si sono consumati e che nel documentario del regista spagnolo emerge dalla messa in relazione dei vari termini, arrivando infine a identificarsi con questa stessa relazione, con l'essere attributivo e congiuntivo che rapporta l'uomo alla nebbia, che identifica l'uomo con la nebbia. È il paesaggio. Il naturalismo di Costa da morte, infatti, è un trascendentalismo, una vista dall'alto, aerea, che conglomera ciò che, su un piano d'immanenza, appare irrelato ma che è invece intimamente ed essenzialmente intrecciato su quello stesso piano tanto da essere il piano d'immanenza stesso: l'albero non è la Costa della morte, ma l'albero e l'uomo e la nebbia che permea l'uomo e l'albero sono la Costa della morte, e il tentativo di Lois Patiño è quello di far emergere quest'evento, l'essere ogni cosa l'altra cosa, cioè l'identità della Costa della morte. Questo - quest'evento e quest'identità - è Costa da morte, e in questo senso Costa da morte succede a stesso, accade dopo se stesso, esiste nell'attimo stesso in cui si conclude, poiché è la relazione e l'identità, le quali emergono a posteriori, sono vapore dal terreno e schiuma delle onde frante sugli scogli, che si intuiscono solo dopo la contemplazione del solo terreno e delle sole onde. La schiuma, però, è ciò che rimane dell'onda, quindi è l'onda stessa, come la cera cartesiana era la candela che si è andata consumando. Si ammette con troppa facilità, a volte, che la morte non è vita e che la disperazione non c'entra niente con l'amore, quando invece sarebbe meno ottuso considerare che la disperazione che segue una rottura o la morte che segue una vita non sono che una trasformazione dei propri termini, perché avvengono sullo stesso piano, nello stesso individuo che prima amava o viveva. La morte è vita trasformata, la disperazione è un amore che si è evoluto, un'altra felicità e non un altro rispetto alla felicità, perché solo chi vive può morire e ogni disperazione implica una gioia davvero immensa che, sebbene come pura intensità, permane: la vita nella morte, l'amore nella disperazione. Non c'è nessun amore e nessuna disperazione, soltanto un'unica intensità che è assieme amore e disperazione e che ogni volta si attualizza in amore o disperazione, pur non annullando l'altro termine. Credo sia questo che ci permetta di tirare avanti nonostante il rapporto sia cessato e ci sentiamo disperati, e in fin dei conti credo che sia questo che valga la pena vivere, perché noi siamo quell'intensità. Ecco, Patiño, con questo panteistico e panenteistico capolavoro, è riuscito a cogliere sostanzialmente questo, perché, certo, è vero che l'occhio si disperde nei paesaggi della Galizia, ma è l'essenza, sono il vapore e la schiuma, è l'intensità che permette la dispersione, e Costa da morte è questa intensità, l'anima - se così vogliamo chiamarla - della Costa della morte, ciò grazie a cui lo spettatore, guardando Costa da morte, si trova nella Costa della morte: l'albero è l'uomo, l'uomo è la nebbia, la disperazione è gioia, lo spettatore è cinema. Ἓν καὶ Πᾶν.

2 commenti:

  1. Eccomi Yorick, nuovamente qui a leggere le tue riflessioni che devo dire, mi mancavano! "La morte è vita trasformata"... E' una frase stupenda, che mi ha commosso in modo particolare e che in un momento come questo, vale come vera e propria ancora di speranza... Capolavoro di recensione, come solo un tale film poteva richiedere e come solamente tu, potevi scrivere. Preziosa!

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    1. Grazie, ViS. Il film è uno di quelli su cui è impossibile scrivere male (o quasi) e, di più, sono davvero felice che abbia avuto un effetto "extra-filmico", come ancora di speranza. In un certo senso, bisognerebbe scrivere solo per questo.

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